mercoledì 17 novembre 2021

Segnalazione "Ali sporche" di Ferdinando Balzarro - "L’anima di cartavetro" di Stefania Filippin - "Archi di sangue" di Giuseppe Pantano - "Vera" di Annarita Mangialardo e "Fingo" di Cristiana Rumori - BRÈ EDIZIONI

In collaborazione con la casa editrice Brè Edizioni vi segnalo l'uscita di ben cinque libri, i cui titoli sono:

- "Ali sporche" di Ferdinando Balzarro
- "L’anima di cartavetro" di Stefania Filippin
- "Archi di sangue" di Giuseppe Pantano
- "Vera" di Annarita Mangialardo
- "Fingo" di Cristiana Rumori

Di seguito le info e le trame. 

Germana Trinca - Pensieri Sconnessi


Titolo: Ali sporche

Autore: Ferdinando Balzarro

Editore: Brè Edizioni

Pagine: 148

In ebook solo su Amazon a 2,99€ anche in KU

In carta a 10€ nelle principali librerie online e fisiche

Genere: fantasy contemporaneo

Link Amazon https://amzn.to/3Ej8Xfk

In vendita dal 17 ottobre 2021

Sinossi

E se Dio fosse arrabbiato con l’umanità? Se Dio si fosse stancato degli uomini, guerrafondai, inquinatori, devastatori del pianeta Terra, assassini, truffatori, delinquenti? Magari potrebbe mandare sulla Terra un fidato angelo, che prese le sembianze di una splendida donna, si occupi di sistemare le cose con una curiosa strategia, incunearsi tra le pieghe dei difetti umani, seminare il male per raccogliere il bene. E se non funzionasse? Ragazzi, qui si rischia di fare danni anche peggiori! Siamo certi che Dio sia infallibile? Con una narrazione che parte da un fantasy surreale e divertente, perfino sexy, all’inizio, via via Ferdinando Balzarro scava nell’animo umano, viaggia dentro le miserie, gli orrori, i drammi della vita. Anche gli angeli possono soffrire come un essere umano, e allora sono guai.

Biografia

Piacentino di nascita, Ferdinando Balzarro vive a Bologna. Laureato in scienze motorie, notissimo maestro di Karate, recordman mondiale di paracadutismo (Ubon, Thailandia, 1999). Scrittore, ha pubblicato numerosi romanzi e saggi conquistando: premio speciale Fucecchio con Il sangue e l’anima 2002, premio Carver con Punto Vitale 2005, Premio Marina Franca festival e Parolesia 2009 con Il secondogenito. Per ultimo La morte mi fa ridere 2020 Giovaneholden edizioni. La foto della biografia è di Giovanni Gori.


(visto che bel 70enne?) ☺

Estratto

Aspri conflitti, più che duratura pace, agli uomini di buona volontà. Mi sono dovuto documentare su internet per avere un quadro abbastanza esaustivo della situazione. Ne sono rimasto sconvolto al punto che per la prima volta ho conosciuto il sapore delle lacrime. Il computo dei morti è impressionante. Dietro ogni caduto ci sono genitori, figli, mogli, animali. Dietro ogni conflitto torrenti di uomini in fuga dalla peggior piaga dell’Universo: la guerra. Vivo in Italia, vivo in Europa. Da oltre settant’anni da queste parti non si imbraccia uno schioppo. I militari, tutti volontari, se vogliono combattere come prevede la loro preparazione devono farlo in trasferta. Paradossalmente e in forma ipocrita, definite peace mission, con moschetti al posto di croci e bombe a mano al posto di ramoscelli d’olivo. L’Europa stanca, decrepita, malfidata persino di se stessa, non avrebbe la forza di andare in guerra neppure contro un esercito di cuochi. Ma il mondo non si chiama Europa. Nelle brughiere più povere si procrea a ritmo industriale mentre i ricchi frenano le nascite. Sempre meno acqua a dissetare terre aride e milioni di persone, meno cibo per sfamarle, e allora? Allora non resta che la guerra, la distruzione, la morte. Proprio come agli esordi della genia umana, si combatte e uccide per fame e conquista. La formula è questa, si vive sempre a discapito di qualcuno. Dismetterò vestiti eleganti e tacchi a spillo, butterò gioielli e collane, taglierò i capelli, indosserò tute mimetiche, elmetti e maschere antigas, calzerò coriacei stivaletti da deserto, berrò acqua tiepida dalla borraccia, mangerò cibo conservato, digiunerò per giorni. Non sei venuto da me, e non ti biasimo Lucifero. Non sei venuto a scovarmi tra le profumate lenzuola del primo ministro o nell’alcova di un potente cardinale o nella stanza finemente decorata del papa. Adesso verrò io da te. Sarò io a cercarti tra le rovine dei bombardamenti a tappeto, tra il pianto di bambini scalzi, in mezzo alle bare senza nome, sul bordo scabroso delle fosse comuni. Ti sorprenderò oltre i fili spinati dei campi di concentramento, ti scoverò a crogiolarti nei roghi delle città in fiamme, tra il sangue dei villaggi presi d’assalto. Ti cercherò in mezzo ai corpi martoriati delle vittime. Sporcherò le ali di fango, sangue, polvere e sudore. Presto guarderemo insieme cosa significa il ‘male’.

In virtù di una serie di poteri su cui ancora posso contare, ‘grazie al cielo’, riesco ad assumere ruoli inconsueti per una donna, specie se molto bella come me. Riconosco che i capelli tagliati quasi a zero, la totale mancanza di trucco, gli abiti militari e conseguente trascuratezza dei particolari, attenuano se non offuscano lo charme e conseguenti esiti attrattivi, al punto di passare se non proprio inosservata, almeno accettata in un contesto prettamente maschile. Infatti seguo militari sul campo di battaglia, ma anche milizie ribelli, terroristi islamici, eserciti governativi, corpi speciali americani, missioni segrete. Vivo circostanze estreme, temperature altissime e freddo intenso, cammino con zaino leggero, videocamera e macchina fotografica a tracolla, arrampico scoscesi sentieri, guado fiumi in piena, attraverso selve intricate. L’umidità bagna in pochi secondi, non si respira, si boccheggia, alcuni svengono. Incontriamo solo città morte, abbandonate, rovine fumanti e tossiche. I nemici (stando io da tutte le parti a turno tutti sono nemici) avanzano, bruciano tutto, distruggono ogni cosa, stuprano ragazze giovanissime, tagliano il seno alle donne incinte, sembra impossibile che gli uomini siano capaci di un simile orrore. In Indonesia fonti accreditate parlano di cinquanta, forse novantamila morti. In Afghanistan il conflitto procede da vent’anni con più di centodieci mila morti. In Algeria a continue sanguinose stragi perpetrate dagli estremisti islamici si contrappongono violente controffensive da parte dell’esercito governativo. Ho seguito i primi e per più tempo i secondi. Parlano di centocinquantamila morti, non saprei dire chi ne ha subiti di più, né saprei valutare quali dei due contendenti sia più feroce, spietato e crudele.

Nel frattempo del diavolo nessuna traccia, se non lo trovo lì intento a contare morti e relative anime da assemblare all’inferno, non saprei proprio dove scovarlo.


Contatti Autore

https://www.facebook.com/nando.balzarro


Titolo: L’anima di cartavetro

Autore: Stefania Filippin

Editore: Brè Edizioni

Pagine: 620

In ebook solo su Amazon a 4,99€ anche in KU. In carta a 22€ nelle principali librerie online e fisiche

Genere: narrativa (di denuncia della violenza sulle donne) autobiografico

Link Amazon https://amzn.to/3GNxX0h

In vendita dal 20 ottobre 2021

Sinossi


Beatrice e Giacomo. Babi e Giagi, due nomignoli che solo gli amici più veri possono condividere. E loro sono uniti da un’amicizia speciale. I due adolescenti iniziano a guardarsi intorno, a frequentare altri giovani. Nascono gli amori, le infatuazioni e le nuove scoperte. Mondi da esplorare che allontanano le persone, troppo impegnate alla ricerca della felicità. Le prime emozioni fanno affiorare in Beatrice il passato, atroce, da dimenticare e soprattutto da tenere nascosto. E, insieme al tempo trascorso, l’immagine dolce di un amico: Giacomo. Cosa farà ora? E il pensiero di lui torna, prepotente e incalzante. Il destino decide di riunirli e si ritrovano mano nella mano, sempre pronti ad aiutarsi, disponibili l’uno per l’altra.

Beatrice crede nel sogno, nella favola della quale si sente protagonista. Ma non sempre i sogni e le favole hanno la fine che vorremmo. Una rincorsa, un’intera vita dedicata a qualcosa che non esiste. La determinazione si trasforma in pazienza per arrivare poi a diventare rassegnazione e consapevolezza. Perché la violenza psicologica perpetrata da un narcisista perverso non lascia scampo: ti annienta. Un’autobiografia dolorosa, in cui la vittima diventa complice del suo carnefice.


Biografia

Stefania Filippin nasce a Torino nel 1974. Ha conseguito il diploma di maturità classica, interrompendo in seguito gli studi universitari in Lettere Moderne per iniziare a lavorare. Dopo aver trascorso quasi l’intera esistenza a scrivere per il puro piacere di farlo, nel 2017 si impegna nella stesura di uno scritto sotto l’impulso di divulgare pubblicamente una storia di amore, distruzione psicologica e, forse, riscatto. L’anima di cartavetro è il suo romanzo d’esordio.


Estratto

La profezia di mia madre si avverò. Ad appena un mese dall’inizio delle lezioni i professori, eccetto quello di matematica, mi avevano già fatto capire come la mia presenza in quella scuola non era più gradita.

“Che cosa ti avevo detto?” mia madre scosse il capo “ci avrei scommesso. Io ti cambio scuola, Bea.”

“Non gliela voglio dar vinta, non possono comportarsi così. La prof di filosofia mi ha dato un’insufficienza pur essendo io preparata sul programma di quest’anno perché mi ha fatto una domanda sul programma dello scorso anno. Non che non abbia saputo rispondere, certo non in maniera del tutto esaustiva, però ho parlato. E il bello è che a nessun altro ha fatto domande riguardo il programma dell’anno passato. Quello di greco mi ha segnato in blu errori che agli altri ha segnato come rossi. Non lo possono fare, io sono preparata, studio, non è giusto!”

“Bea, non andare contro i mulini a vento, è una battaglia persa, ti hanno presa di punta e ti bocceranno, purtroppo hanno il coltello dalla parte del manico. Non ne facciamo una tragedia. D’altra parte anche con questi compagni non ti sei mai trovata granché bene, o sbaglio?”

Non sbagliava. Non avevo fatto amicizia con nessuno, la mia unica amica era Sabrina, che però passava la maggior parte del suo tempo con Dora, la sua compagna di banco piagnona, Valentina, la ragazza di Gabriele, il figlio della prof Cataldi e un’altra ragazza che completava l’allegro quartetto. Odiavo quella classe, sarei andata via senza rimpianti, ma abbandonare era segno di debolezza, volevo combattere.

“Facciamo così, Bea. Io comincio a guardarmi intorno, appena capirai che ho ragione, fammi un fischio e ti tolgo da lì dentro.”

Stavo di nuovo attraversando un momento poco felice. Marco era lontano, in Somalia, ci sentivamo molto di rado per telefono, più che altro ci scrivevamo lettere che ci mettevano una vita ad arrivare. Con Fabio ci si vedeva ogni fine settimana, ma io ero ormai stanca di quel rapporto totalmente inutile di cui anche lui non pareva essere entusiasta. Giagi era di nuovo sparito, non mi aveva più chiamata e io non avevo motivi per contattarlo, Sabrina girava sempre con le sue nuove amichette e aveva iniziato a frequentare Gabriele di nascosto da Valentina. Mara si era rivelata per quella che era, Lucia era probabilmente la sola con la quale avessi mantenuto un rapporto costante e di reciprocità. La scuola era di nuovo un disastro, questa volta non per causa mia.

Tenni duro fino a fine novembre, piangevo tutti i giorni. La situazione era grave.

“Ma’, cambiami scuola, non ce la faccio più” le dissi quel giorno in preda allo sconforto.

“Era ora che ti decidessi. Ho già analizzato la situazione con tuo padre. Purtroppo a questo punto dell’anno non ho trovato nessuna scuola statale disposta a prenderti, mi sono sentita rispondere ovunque che le classi sono tutte piene. Non ci rimane altro da fare che iscriverti in una scuola privata. Ho fatto un giro di telefonate e la migliore mi è sembrata l’Alighieri, in centro città. È un po’ lontana, ma pare essere davvero valida.”

Era la scuola in cui andavano Giacomo e Mara. Sarei stata una classe indietro, ma forse avrei potuto vedere Giagi tutti i giorni. Finsi indifferenza.

“Ma’, per me va bene tutto, basta che mi togli da lì dentro, mi sto esaurendo.”

“Nei prossimi giorni andrò di persona alla Alighieri e mi informerò su come fare il passaggio.”

A quanto pareva, stava per cominciare un nuovo capitolo della mia vita. Tanto valeva liberarsi delle cose inutili. Quel fine settimana Fabio sarebbe venuto da me e lo avrei lasciato.

Venerdì sera mi telefonò. Aveva una strana voce.

“Bea, in questo periodo ho pensato molto al nostro rapporto, a noi due. Ho deciso che non ha più senso stare insieme. Ti lascio.”

Non so cosa mi prese in quel momento, una rabbia improvvisa, un pensiero non ragionato mi attraversò la mente.

‘Ma questo chi crede di essere? Non è Giacomo, che fa di me tutto quello che vuole. Lui non è nessuno, non si può permettere, non esiste proprio che sia lui a lasciarmi. Per telefono, poi!’

“Io invece credo che ti convenga venire da me domani, almeno ne parliamo faccia a faccia” ero inferocita.

“Non c’è niente da dire, Bea. Non voglio più stare con te e basta.”

“Sono incinta” mi uscì così. Ora avremmo visto chi comandava.

“Cosa?” il panico.

“È così. Sei ancora dell’idea che non ha senso vederci perché tanto non abbiamo nulla di cui discutere?”

“Domani pomeriggio sono da te.”

Era una carognata. Lo sapevo. Era una bassezza assoluta. Ma non ce la facevo a subire anche da lui, persino da uno che per me non era nessuno.

Il giorno dopo alle quindici era a casa mia, puntuale come un esattore delle tasse.

“Stanotte non ho chiuso occhio, come potrai ben immaginare. Bea, io sono molto cattolico, come tutta la mia famiglia, per cui non ha importanza che questa gravidanza non fosse programmata. Mi prendo tutte le responsabilità del caso. Ci sposeremo prima che nasca il bambino, prima anche che la pancia sia troppo evidente.”

Ero divertita. Stronzissima.

“Io ho ancora due anni di scuola, mi devo diplomare. Come la mettiamo?”

“Potrai continuare a studiare, finché puoi e finché riesci, potrai diplomarti anche fra qualche anno, quando il bambino sarà più grande. Nel frattempo io andrò a lavorare e penserò a tutto. Per la casa non è un problema, i miei hanno una casa grande, andremo a stare da loro.”

“Scusa, ti sei posto il problema del fatto che forse io non ti amo?” la sua mentalità era così lontana dalla mia da non riuscire a comprenderlo.

“Nemmeno io ti amo, ma questo non ha importanza di fronte a una nuova vita che non ha certo chiesto di esserci. Anche tu devi prenderti le tue responsabilità. Non vorrai mica dirmi che hai pensato ad altre soluzioni?” ora pareva seriamente preoccupato “per me non esiste che tu… tu non puoi…”

Ne avevo abbastanza. Avevo ottenuto quello che volevo. Lui era lì, si era fatto un viaggio di due ore e ora avrei potuto lasciarlo.

“Io non voglio stare con te, non ti amo, per cui la nostra storia finisce qui.”

“Ma che dici? E il bambino?”

Non so come fece a non uccidermi. Forse lo spavento era stato tanto grande da provare solo sollievo anziché istinti omicidi alla notizia che la gravidanza non esisteva.

Io, dal canto mio, presi nota. In caso di future storie estive, non trascinarle mai oltre il tempo e il luogo in cui nascono.

Avevo voltato pagina. La mia testa già si concentrava sulla nuova scuola, dove avrei trovato ogni giorno Giacomo.

E io ero finalmente single. 



Titolo: Archi di sangue   

Autore: Giuseppe Pantano

Editore: Brè Edizioni

Pagine: 210

In ebook solo su Amazon a 3,99€ anche in KU

In carta a 14€ nelle principali librerie online e fisiche

Genere: thriller-noir-violenza domestica

Link Amazon https://amzn.to/2XT64Cp

In vendita dal 25 ottobre 2021

sinossi


Caterina e Antonia: donne unite da uno stesso destino. Persone che, solo per il fatto di essere nate femmine, sono costrette a subire violenza. Sullo sfondo, lei, Giuseppina, l’eroina che combatte il mostro Carmelo. Che si adopera per salvare delle vite, che crede e lotta al fianco delle vittime. Una vicenda che inizia nel 1963 e si conclude ai giorni nostri e mette in evidenza come le cose non siano molto cambiate: il maschio padrone esisteva allora come oggi. E non importa se il violento è il tuo patrigno o il compagno, l’aggressività è da condannare. Sempre. Abusi e maltrattamenti che originano faide familiari, scandali e omicidi. Soprusi che danno vita a un thriller dove tante persone, troppi individui innocenti sono costretti a pagare anche a causa di forze dell’ordine corrotte, che non si fanno scrupoli a contaminare o nascondere le prove. Un giallo per rimarcare ancora una volta l’orribile piaga che dilaga anche nella società odierna.

Biografia

Giuseppe Pantano nasce a Roma il 27 settembre 1963. È laureato in Economia e Commercio e attualmente riveste la carica di Direttore all’interno del gruppo automobilistico Renault-Nissan-Mitsubishi. Dopo 4 anni di Ford e 25 anni di Nissan ora è a capo di un ruolo internazionale in seno alla sede centrale di Nissan a Parigi. Divorziato, con 2 figli, vive a Milano con la compagna ed è un grande appassionato di tennis, sci e narrativa thriller/giallo. Nella sua carriera ha avuto l’opportunità di viaggiare davvero molto, scoprire tante città europee e di vivere per anni a Parigi, imparando a conoscere in profondità le dinamiche di una azienda multinazionale di importanza planetaria.

Archi di sangue è il terzo romanzo del genere thriller. Ha già autopubblicato Il Tempo rubato e La morte non ti lascia sola, edito da Another Coffee Stories. Ha già partecipato a svariate presentazione dei suoi romanzi, sia a livello locale, con pubblicazione degli eventi su Il Tirreno, ad agosto 2021, che nazionale, con la partecipazione alla trasmissione del TG5 “La Lettura” condotta da Carlo Gallucci.

Il suo profilo è presente su tutte le piattaforme social e la sua passione per il thriller viene diffusa anche attraverso il canale personale youtube con migliaia di visualizzazioni.


CONTATTI:

mail: giuseppepantanoauthor@gmail.com

sito: https://giuseppepantanoaut.wixsite.com/website

Facebook: https://www.facebook.com/giuseppe.pantano.92317

Instagram giuseppepantanoauthor

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Estratto.

Anche la sua presenza in ascensore stava diventando insopportabile. L’odore acido e ributtante di grappa mista a birra, a quell’ora del giorno, aveva inondato in pochi secondi l’angusto spazio della cabina. Antonia premette il pulsante numero 5 e si girò verso la porta automatica dando le spalle all’uomo barcollante. Chiuse un attimo gli occhi e si immaginò lontano, in un posto diverso, a migliaia di chilometri da quella puzza vomitevole e da quel rudere umano che stava salendo insieme a lei, nella sua casa, nella sua vita. Si sentiva svuotata. Ormai anche gli ultimi tentativi di ricucire il rapporto con Alberto sembravano inutili quanto cucchiaini adoperati per svuotare il letto di un fiume in piena. La fiammella di un amore rimasta accesa solo grazie alla tolleranza e al suo desiderio di tranquillità, si stava spegnendo. Non ci sarebbero stati più il tempo e il modo per riaccenderla. Questo la intristiva ma soprattutto la preoccupava. Come avrebbe affrontato l’argomento con quell’uomo che, alla minima parola fuori posto, l’avrebbe colpita con la sua instabile e irrazionale violenza? Quali parole avrebbe dovuto usare per evitare conseguenze spiacevoli? Quale sarebbe stato il momento più propizio per convincerlo a fare le valigie e lasciarla sola nella sua casa? Si rese conto che rispondere a quelle domande banali, non era affatto facile. Tuttavia si sentiva stanca. La sua stanchezza non era una semplice défaillance fisica, era una spossatezza mentale che si ripercuoteva sulla sua capacità di raziocinio. Stava per raggiungere quel limite, di nuovo. Quel limite superato tanti anni prima, quando la violenza su di lei era stata perpetrata per la prima volta in un luogo oscuro, dove era stata costretta a subire. Sarebbe successo ancora una volta? Pensava che le sue preghiere l’avrebbero liberata per sempre dall’angoscia di doversi trasformare nella bestia che odiava. Il suo terribile segreto era custodito nel suo più intimo anfratto della memoria. Non era raggiungibile da niente e da nessuno. Solo lei era in grado di riportarlo alla luce. Ma non aveva mai voluto farlo. Aveva pregato per tutta la vita affinché non dovesse più fare ricorso a quella sfera recondita del suo animo. Adesso però, quel cumulo di macerie stratificate per seppellire la bestia erano state rimosse. Ne rimaneva solo una piccola quantità. Lei sapeva che quel residuo non sarebbe stato sufficiente a fermare la furia nascosta dentro di sé nel momento in cui avesse dovuto subire ancora. Quando aprì la porta di casa aveva un viso impassibile e serio, mentre l’uomo ubriaco alle sue spalle spingeva dietro il suo corpo per entrare in casa. Antonia strinse i pugni e socchiuse gli occhi, facendosi forza per sopportare ancora. Poi se ne andò in cucina lasciando che Alberto si sdraiasse sul divano in soggiorno. Prese a compiere le sue solite azioni: preparare il pranzo, apparecchiare, sgomberare il lavello e nutrire il gattino. Si rivolse all’animale che si stava strusciando sui suoi polpacci.

«Ciao piccolino, vuoi la pappa? Vieni che la mamma ti dà i croccantini». In quel momento fotografò la scena del micio tra i suoi piedi e la memoria la riportò a molti anni addietro.

«Micetto, vieni da me? Micetto hai fame? Non aver paura ci sono io qui che penso a te. Vediamo un po’ cosa ti posso dare.»

Aveva aperto quel fagotto, confezionato al refettorio il giorno prima, proprio per il suo amico animaletto. Lei non aveva molti amici in quel posto oscuro dov’era costretta a vivere. Come lei, altri bambini sfortunati e dimenticati dalla società cercavano segnali di esistenza e di conforto in quello che trovavano nelle interminabili giornate trascorse in quel posto. La sua sola amica era stata Tilde, una bambina di cinque anni, arrivata due anni prima, poi però andata via con la coppia che l’aveva adottata. Antonia, che aveva otto anni, era una delle bambine rimaste a Badia per più tempo. Questa condizione avrebbe dovuto confortarla date le responsabilità che le suore assegnavano ai bambini più grandi. Tuttavia le monache alimentavano una specie di crudeltà innata, forse dovuta alla frustrazione di una vita spesso programmata dalla decisione di altri, e questo ne causava accanimento nei confronti di bambini come lei, più adulti e ospiti da sempre di quel posto. Il fatto che lei fosse arrivata fin dai primi giorni di vita e che fosse stata trovata davanti alla porta dell’istituto ne faceva, agli occhi delle religiose, una privilegiata in quel mondo di dolore e di sacrificio. Una ragazzina che andava “educata” e formata alle durezze della vita. Dopo tutti quegli anni in attesa di essere adottata, le suore la consideravano uno scarto. Una che nessuno voleva. Perché le coppie si presentavano sempre per l’affido di bimbi maschi o più piccoli, da crescere in casa sin dalla tenera età. Lei invece era già alta e bella matura. Prenderla poteva rappresentare un’incognita. Questo le suore lo avevano capito e tendevano ad addebitare ad Antonia quella sorta di colpa. Il suo destino sarebbe stato quello di farsi suora. Quindi quelle lezioni di disagio e sacrificio le sarebbero servite a forgiare la sua tempra da religiosa integerrima.

«Allora Micetto, oggi ti battezzo nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo». Aveva preso dell’acqua e ne aveva versato due gocce sulla testolina del cucciolo. Un momento dopo sentì una voce gridare dietro di lei.

«Ma che fai piccola peste? Come ti permetti di essere blasfema e di offendere i sacramenti divini?». Era suor Giovanna, arrivata proprio in quell’istante.

«Ma io stavo solo accogliendo questo piccolo animale nel regno di Dio» aveva detto cominciando a piangere. Arrivò uno schiaffo, forte e secco sulla sua guancia sinistra. La suora aveva ripreso a rimproverarla.

«Sei sempre la solita diavola, così rischi tu di non entrare nel Regno dei Cieli» poi aveva ripreso con le parole di ammonimento «adesso vai su nel dormitorio e recita cinquanta Pater Noster. Oggi salterai il pranzo, tanto vedo che non sai che fartene del cibo. Poi ti proibisco di avvicinare ancora quella bestia. È malato, potresti buscarti qualche malattia e magari contagiare anche le tue compagne.» Era tornata a testa bassa verso la sua branda. Aveva sentito, per la prima volta, un dolore forte venire da dentro. Qualcosa di acuminato che spingeva dal profondo delle viscere cercando di farsi strada per esplodere. Non capiva cosa fosse ma ebbe la sensazione che quella forza potesse scatenarsi e lasciare solo dolore, immenso dolore intorno a sé.

Si riebbe dai pensieri. Cominciava ad avvertire un forte mal di testa. Cosse la pasta, la scolò e la versò nel piatto. La condì con della salsa di pomodoro che aveva scaldato appena sul fornello e la portò in soggiorno. Alberto era lì, steso sul divano, con gli stessi occhi a mezz’asta di prima e di sempre. Quelli che tradivano il suo aver alzato il gomito e la conseguente indolenza impadronitasi di lui ormai da troppo tempo. Antonia non sentì nemmeno le parole che la bocca di quell’uomo stava pronunciando mentre si alzava dal sofà per andare a sedersi al tavolo. Lei era entrata in una specie di trance, uno stato catatonico che le permetteva di muoversi in modo meccanico, estraniandosi del tutto da ciò che stava accadendo attorno a sé.

«Ma tu non mangi con me?» stava dicendo Alberto. Lei non si curò di rispondergli, aveva solo un obiettivo in quel momento: andarsene in camera per stendersi sul letto e chiudere gli occhi, nella speranza che l’emicrania se ne andasse velocemente, così com’era venuta.

«Che fai non mi rispondi?» continuò l’uomo, rivolgendosi alla compagna che sembrava assente, strana, lontana.

«Ehi, parlo con te, sei viva?» niente, non ottenne risposta.


Titolo: Vera

Autore: Annarita Mangialardo

Editore: Brè Edizioni

Pagine: 149

In ebook solo su Amazon a 3,99€ anche in KU

In carta a 15€ nelle principali librerie online e fisiche

Genere: narrativa – una figlia in cerca della madre

Link Amazon https://amzn.to/3HgRfeJ

In vendita dal 12 aprile 2019

Sinossi

Vera è una giovane donna orfana di madre. Il ricordo del lutto la accompagna nella sua vita di giovane artista e di emarginata: fin da piccola Vera è sempre stata la “bambina diversa”, introversa e dalla fantasia irrefrenabile. Proprio a lei spetta il compito di aiutare suo padre adottivo che, nel corso degli anni, dopo la perdita della moglie, è caduto nel tunnel dell’alcolismo e del nichilismo. Fra i ricordi di un’infanzia segnata dalla perdita della madre adottiva, una storia d’amore mai risolta con un ragazzo simile a lei e l’ambizione di sfondare nel mondo dell’arte, Vera avanza passo dopo passo verso un destino che segnerà un cambiamento irreversibile, nella sua vita e in quella delle persone che ama; il primo passo sarà quello considerato “proibito”: la ricerca dei suoi genitori biologici.


Biografia


Annarita Mangialardo nasce a Bari nel 1992.

Affascinata dai meccanismi psichici e dalle forze che legano le persone, affronta la scrittura come un’occasione per riscoprire la libertà perduta dell’essere umano. Nel 2018 ha pubblicato La conquista con Robin Edizioni. Su Facebook gestisce la pagina Una scrittrice distratta.

Vera è il suo secondo romanzo.









Estratto


Quel pomeriggio, Vera era rimasta in casa a guardare la televisione. Non impazziva per tutti quei colori confusi che apparivano sullo schermo, che sembravano voler crescere in quella scatola artificiale. A differenza dei suoi compagni di classe, a scuola non parlava mai di ciò che vedeva in televisione. Non era proprio una cosa che faceva per lei. Ciò che non l’aveva mai convinta, di quei pomeriggi curiosi passati di fronte allo schermo della TV, era la confusione dei colori e delle forme che si discioglievano in qualcosa di opaco, di non abbastanza vivo. Vera percepiva molto bene questa mancanza, e laddove gli altri si entusiasmavano, lei vedeva invece confusione, un volo solo tentato, un’altezza da terra mai raggiunta.

Queste erano le sue sensazioni, un po’ infantili e sicuramente non facili da definire. Col tempo avrebbe spiegato la faccenda in questo modo: la televisione le dava l’idea di una costruzione che falliva già in partenza, perché nessuno di quei colori, nessuna delle cose che venivano dette, era realmente sentita; erano cose buttate là, che non riuscivano a toccare veramente nel profondo chi le guardava, almeno secondo lei.

Per via del lavoro dei genitori, quando Vera veniva lasciata da sola in casa, la televisione si accendeva magicamente, di solito sintonizzata sul canale che trasmetteva cartoni animati a raffica. E anche se non impazziva per tutto ciò, finiva comunque per passarci due o tre ore, magari fra uno spuntino e l’altro. Poi, arrivata a un certo punto, non resisteva più: lasciava la televisione accesa – non sapeva neppure come spegnerla – e si rintanava in cucina fra l’odore di caffè, biscotti e cucinato, oppure in giardino, dove l’odore dei fiori, del detersivo che proveniva dal bucato steso o semplicemente l’odore della stagione – amava in particolare l’autunno perché le dava l’idea di qualcosa di indefinito, di dolce ma non troppo – con tre o quattro fogli, matite colorate e iniziava a disegnare.

Le piaceva riportare ciò che vedeva su quel foglio, anche se il risultato non era mai fedele in tutto e per tutto alla sua visione. All’inizio qualcuno l’aveva criticata – come se si potesse criticare davvero l’arte di un bambino! – dicendo che quello non era il modo di ritrarre un paesaggio, che bisognava attenersi alla realtà; che – e questo la feriva particolarmente – non si poteva rappresentare il mondo come pare e piace, che bisognava insomma “darsi una regolata”, per citare l’affermazione del suo insegnante di storia dell’arte qualche anno dopo, al liceo. Lo stesso che si sarebbe poi complimentato con lei quando aveva vinto un piccolo concorso fotografico con un lavoro surrealista, dicendole che era veramente brava, che aveva talento e che lui l’aveva sempre saputo.

Disegnava, quel pomeriggio, ma pensava anche alla nuova prospettiva di scolpire. Ma non pensava, per nulla, alle parole della madre, quelle ultime parole dette con una strana calma prima di uscire di casa.

Restò a disegnare per diverse ore, non si accorse del tempo che passava, neppure quando il sole iniziò ad abbassarsi oltre l’orizzonte, il cielo si fece rosso fuoco e il tepore di quella giornata di metà stagione iniziò a tramutarsi in un fresco fuori da ogni tempo ed epoca.

Vera prese una matita rossa e iniziò a sparpagliare il colore su tutto il foglio, a piccoli tratti. Era una delle cose che avrebbe mandato in bestia il suo professore. Ma non si era piegata alle richieste di “attenersi alla realtà”, quel discorso non faceva proprio per lei. Tanto che, alla fine, prese il blu – che in quel momento non rappresentava più alcun colore nel cielo divenuto quasi rosa – e iniziò a lasciare segni forti, decisi, e ondulati lungo tutto il percorso del cielo, sulla parte superiore del foglio. Ciò che venne fuori le piacque non poco: una lunga scia di striature blu mescolate al rosso fuoco del cielo. L’idea era quella della notte, la sensazione era che quel buio, quella sorta di atmosfera notturna che tanto la accompagnava quando non riusciva a dormire, anche in piena notte, nella sua cameretta, potesse essere sempre là, dietro le nuvole, a ridosso della luna, e là osservava tutti gli esseri viventi: le persone, gli animali, gli alberi e persino ciò che in apparenza non viveva, come i sassi, le strade, gli scalini che conducevano al bar in fondo al viale, il muretto su cui si appoggiava sempre quando la madre si bloccava in mezzo alla strada per rispondere a una chiamata al cellulare. Tutto, in quella notte, era là a osservarla, anche se non sempre visibile.

Il tempo volò con una facilità disarmante e accompagnò la piccola Vera fino a quella notte tanto amata.

Il padre rientrò di colpo, sbraitando contro il vicino di casa che aveva lasciato la macchina in doppia fila appena fuori il viale dove abitavano.

«Accidenti» borbottò con quell’aria un po’ dolce e affettuosa che aveva sempre.

Alberto era stato un padre amorevole, forse il maschio più amorevole che Vera avesse mai conosciuto nella sua vita. Era stato il suo desiderio, il suo principe prediletto. Il suo sogno.

«Vera, tua madre non ha telefonato?»

La piccola se ne stava in cucina, mezza sonnecchiante.

Era già ora di cena e nessuno sembrava essersene accorto.

«Vera?» ripeté il padre, il viso stanco e arrugginito di chi ha passato la giornata in un negozio a parlare con i clienti, a spostare scatole, a servire, a imbruttirsi a stento per non imbruttire gli altri. «Ma mi vuoi rispondere?»

Il tono di voce era dolce, nonostante tutto, solo un po’ preoccupato.

«Vera?»

La bambina si alzò di scatto dalla sedia con lo sguardo e diede un’occhiata distratta al padre. «No, non ha telefonato.»

Il padre alzò un sopracciglio. Prese il telefono e compose il numero, poggiato con la schiena sfinita e logora sul muro del corridoio.

Restò in attesa per diverso tempo. A un tratto persino Vera aguzzò la vista per guardare meglio il padre, quasi si stesse preoccupando.

«Ah, Sonia!» sbuffò l’uomo «ci sei, allora. Cazzo, mi hai fatto preoccupare. Sono a casa e la piccola non sapeva niente.»

Vera sorrise, si divertiva sempre quando il padre, burbero eppure dolce, si lasciava scappare qualche parolaccia. Lei non le ripeteva mai, né a casa né a scuola, ma le piacevano perché davano l’idea di una persona incapace di controllarsi e, dunque, più umana, viva, non affettata, non alle prese con una qualche finzione per far contenti gli altri. E suo padre, dietro quella barba consumata, gli occhi quasi sempre stanchi per il lavoro, era una persona vera, come quando si arrabbiava e mandava tutti i giornali all’aria, la mattina, fra una fetta biscottata e un caffè, prima di accompagnarla a scuola, poi, con lo stesso sorriso che aveva abbandonato su quel tavolo qualche minuto prima, senza risentimento, senza portarsi dietro alcun odio.

«Dai, va bene» disse l’uomo «passo a prenderti io. Potevi avvisarmi prima, però.» Non sembrava arrabbiato, era piuttosto nervoso, aveva accumulato una certa preoccupazione per quella sorta di “sparizione” della moglie e ora aveva bisogno di sfogarsi, di lasciarsi andare. Quando chiuse la chiamata fece un lungo respiro gonfiandosi le guance, un’altra cosa che a Vera faceva sorridere e non poco. «Tesoro…»

Vera disse: «Sì, papà?»

«La macchina si è fermata. Tua madre è rimasta bloccata allo studio. Io…» Si versò rapidamente un bicchiere d’acqua dal lavandino, la trangugiò, quindi lasciò il bicchiere sul tavolo «io vado a prenderla. Mi faccio prestare la macchina da Beatrice, la vicina.» E poi le ultime parole, prima di uscire, parole anch’esse che Vera avrebbe ricordato a lungo ma che lì per lì non le dissero nulla, non potevano dirle nulla: «Riporto mamma a casa. Così poi ceniamo tutti insieme.»

«D’accordo.»

«Allora vado. Tu potresti…» Alberto si accarezzò il mento, la barba logora gli dava l’aria di un saggio, o di un operaio abituato a lavorare sodo per dieci ore al giorno – che era ciò che faceva – o di un filosofo, un pensatore oppure un artista, uno di quelli che riempiono un’intera navata di una chiesa con un affresco. In cucina aprì uno sportello e tirò fuori la pentola grande, la riempì velocemente d’acqua e la lasciò sui fornelli. Restò un attimo a pensarci, poi mugolò qualcosa e accese il fuoco. «Lascio l’acqua a bollire. Tu non toccare niente. Io e mamma torniamo tra un quarto d’ora o poco più. Faccio presto!»


Titolo: Fingo

Autore: Cristiana Rumori

Editore: Brè Edizioni

Pagine: 198

In ebook solo su Amazon a 3,99€ anche in KU

In carta a 14€ nelle principali librerie online e fisiche

Genere: narrativa young adult, amore, non romance

Link Amazon https://amzn.to/3ciPAXZ

In vendita dal 12 aprile 2019


Sinossi

La vita può essere un film? E un film, quanto può diventare vita vera? Cristiana Rumori ci dimostra che tutto è possibile, lo fa con la sua bellissima e sfrenata fantasia, con una narrazione fluida, coinvolgente, e fa volare il lettore con le sue ali, verso New York, dove la vita della protagonista avrà una svolta, verso i suoi sogni, sempre più realtà, sempre più belli da condividere. È sempre così quando leggi un bel romanzo: ti senti amica/o dell’autrice, ma anche dei protagonisti, ti sembra di toccarli, di uscire a bere con loro. Perfino di farci l’amore, e gioire o soffrire per i loro successi o insuccessi di questi giovani attori, del cinema, della vita, giacché in FINGO, tutto si mescola, tutto è sogno e/o realtà. A voi capire, a voi il piacere di scoprirlo tra Roma e una fatata New York.

 

Biografia

 

La creazione porta in tanti luoghi, il motore resta la curiosità, per se stessi, per gli altri, per i paesaggi che è possibile esplorare e per il desiderio di dedicarsi alle infinite rivelazioni del linguaggio. Cristiana crea contenuti, dalla parola scritta al video, immagina, assembla e trasforma, ascolta per rielaborare. Intervista, assorbe e libera. Creare contenuti è un’esperienza, un viaggio, un’occasione per cavalcare progetti e provare a renderli luminosi, colorati, fruibili e sensuali.

Storia professionale... e passionale?

Libera professionista, molto libera, una Laurea in Scienze Politiche, più di 15 anni di esperienza come Scrittrice, Content Strategist, Content editor, Copywriter, Storyteller come si ama dire ora. Ha curato progetti digitali per Web Agency, Media Company, Startup, Case Editrici e importanti brand. Ha scritto romanzi, guide, libri di racconti, blog, sceneggiature.

 

Pubblicazioni precedenti: Roma Perché Si Perché No, Newton Compton Editori 2010, Il teorema dell'amore perfetto, Newton Compton Editori 2010, 101 trattorie e osterie di Roma dove mangiare almeno una volta nella vita e spendere molto poco, Newton Compton Editori 2009, Microcosmi Erotici, Non Solo Parole 2007, Roma per le Strade di AA/VV, Azimut 2007.

 

 

 

 

Estratto

 

Camminai per la 5th Avenue alla ricerca del look appropriato. Cercavo qualcosa di sobrio, di elegante, di casual-chic. Sorrisi ripensando a quella volta che decisi di interpretare il ruolo da star in incognito. Fu a Central Park, facevo jogging, un amico vestito da coach fingeva di allenarmi, un altro mi seguiva come a controllare i movimenti attorno a me. Cappuccio della felpa di una nota marca in testa, occhiali da sole, anche quelli griffati, calzoncini e scarpe ginniche mi rendevano irriconoscibile, non troppo però. Mi basavo sulle ultime tendenze di qualche star famosa per divertirmi a creare un po' di confusione. Resistevo fino all'arrivo di qualche paparazzo poi, come una vera star esausta per le attenzioni create, entravo in qualche auto con autista e scappavo nel traffico. Due anni prima ero stata inserita tra le pagine di un giornale scandalistico con un'identità niente male. Quel giorno provai una certa soddisfazione per aver preso in giro qualche collega.

Terminato lo shopping presi un taxi e tornai all'albergo. Il receptionist sorrise vedendomi entrare sommersa dalle buste; fece cenno al facchino e aggiunse: «Voglio essere presente quando indosserà i nuovi abiti, magari sorseggiando vino italiano.»

E io: «Sarà il benvenuto.»

Un amico una volta disse che non avrei trovato amicizie maschili flirtando. Avevo appena sottolineato la prevedibilità degli uomini quando mi azzittì con una battuta secca e, a essere sincera, opportuna. Spesso notavo quanto fosse naturale per me il flirt, era un linguaggio che nasceva spontaneo, solitamente incontrollabile e lontano dalla mia momentanea consapevolezza. Flirtavo con gli uomini, con le donne, con la vita. Corteggiavo me stessa attraverso molteplici travestimenti, saltuariamente mi domandavo a cosa servisse recitare ruoli diversi, forse era solo un gioco al massacro, eppure bastava ricordare le persone deliziose che avevo conosciuto grazie ai miei capricci per capirne il senso. Non so se esisteva una sorta di principio intuitivo intorno alla scelta del travestimento, forse la mente mi spingeva verso persone speciali o forse era solo il caso a guidarmi, eppure non ero solita dare meriti al destino piuttosto alla forza attrattiva di energie complementari che confluivano in un medesimo punto.

La camera mi accolse solitaria, scelsi alcuni brani e presi ad ascoltare musica, per sciogliere la durezza di certe assenze. Ero sola, anche fare l'amore con il receptionist mi avrebbe reso sola, tuttavia non avrei interrotto il gioco. Ero una donna forte, consapevole che la mia indipendenza era tanto meritevole quanto pericolosa. Con gli anni avevo accettato il fatto che per molte ragioni non era possibile appoggiarmi a un uomo, anzi il più delle volte erano stati gli uomini ad appoggiarsi a me e con il tempo ne avevo avvertito tutto il peso. Un peso leggero quando si provava amore, un macigno quando percepivo che ancora una volta sarei stata sola a prendere decisioni, a sistemare imprevisti, a gestire spazi comuni. Una leggera stanchezza mentale venne smorzata da un ritmo rap, la voce femminile incalzante, forte, cantava Go on, just go on now and look around with a smiling face.

Il sound venne arricchito da un toc toc alla porta, Go on Lola, Go on.

Come prevedibile il receptionist sostava fuori con una bottiglia di vino sopra il carrello delle vivande.

«Buongiorno Madame, ecco il pranzo e la compagnia per il pranzo. Detesto pensare a una donna che mangia da sola» disse.

Sorrisi alla sua determinazione e alla mia malizia. Spinse il carrello all'angolo della camera. Mark, questo il suo nome, accostò le vivande a un tavolino vicino alla poltrona poi, con un gesto sicuro, si accomodò e con la mano mi fece sedere su di lui. Assolutamente a proprio agio prese a scoperchiare i piatti, afferrare del cibo e portarlo alla mia bocca. Non avevo avuto il tempo di togliere il soprabito, ma non passò molto prima che lo facesse lui stesso. A quel punto notò il vestito strappato, ma non chiese nulla, i suoi anni a New York lo avevano reso immune a ogni stupore, piuttosto considerò l'occasione un modo per realizzare qualche fantasia non ancora soddisfatta.

Mark aprì la bottiglia con estremo garbo e professionalità, versò il vino nei calici, brindò alla mia grazia e, dopo alcuni sorsi durante i quali non disse assolutamente nulla, fece scorrere la mano tra i brandelli del vestito. Bastò afferrare una parte e via, uno strappo deciso eliminò la stoffa dal corpo.

Con quel gesto realizzai una fantasia. Fu piacevole avvertire la forza di quell'uomo, necessaria a liberare ogni freno e ripulire la mente da pensieri solitari. Giocare non mi avrebbe fatto male. Ad armi pari non faceva mai male.


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